Nei casi di neoplasia agli ultimi stadi aumentare la sopravvivenza può voler dire cose profondamente diverse: prolungare la vita di diversi anni o di pochi mesi. Nel primo caso è possibile affrontare la vita con un certo coraggio sperando che nel corso del tempo si possa arrivare ad una cura nuova possibilmente risolutiva. Nel secondo caso è veramente difficile, se non impossibile, trovare la forza anche per affrontare il presente.
              I medici sono oramai in grado di formulare prognosi con un margine di errore molto basso, soprattutto quando le aspettative di vita sono legate a pochi mesi. Spesso trovano il modo per informare il malato o i parenti stretti della situazione, altre volte non lo fanno perché non lo ritengono di alcun aiuto, sia da un punto di vista psicologico, sia da un punto di vista terapeutico, in quanto secondo loro, non esistono cure alternative significative.
              Ma dinanzi alla certezza di una morte inevitabile ed imminente è eticamente corretto ritenere qualsiasi terapia alternativa non significativa ?
              O forse è ragionevole pensare che per un malato senza più possibilità di guarigione, il dover affrontare trattamenti invasivi di scarsa efficacia sia ancor meno significativo che valutare con la dovuta attenzione la possibilità di una terapia diversa ?
              In questa prospettiva, per il malato, ricorrere ad una possibilità terapeutica diversa potrebbe essere solo un desiderio legittimo, o addirittura un diritto sacrosanto ?
              Nella realtà tale presunto desiderio o diritto vengono negati. Perché ?

La maggior parte dei tumori con alto grado di malignità, soprattutto  in uno stadio avanzato, si dimostra abbastanza “resistente” alle terapie. In questi casi, se andiamo a valutare le statistiche (ad eccezione di poche tipologie), ci accorgiamo che la percentuale di sopravvivenza a 5 anni è veramente molto bassa. In certi casi l’aspettativa di vita è di alcuni mesi, non di anni. Cosa fare in questi casi ? La possibilità di tentare un nuovo farmaco promettente non è sempre possibile, infatti per essere “arruolati” in una sperimentazione di un nuovo farmaco bisogna possedere determinate caratteristiche (essere ad un certo stadio di malattia, aver fatto già un certo numero di cicli di chemio, etc…).
In casi come questi, spesso ci si pone un interrogativo: è meglio seguire in ogni caso i protocolli ufficiali, anche a fronte di aspettative per nulla incoraggianti, affrontando terapie invasive,  o meglio tentare una cura diversa, forse meno testata, con la speranza di ottenere una risposta migliore ? Non credo esista una risposta giusta in senso assoluto. Probabilmente ogni malato dovrebbe poter decidere autonomamente. Ma sappiamo che non è così.